Uomini di Latte

Ventimiglia (IM): Baia di Latte

Ho avuto l’onore di conoscere uomini della zona di Latte (in verità, nome di una frazione di Ventimiglia, in provincia di Imperia; ma ci sono tante altre località in quel territorio dell’estremo lembo ligure, prospiciente il mare, al confine con la Francia), che hanno fatto la Resistenza e che avevano già aiutato tanti ebrei e tanti altri perseguitati a fuggire verso l’allora ospitale Francia, uomini che hanno continuato, senza reclamare onori (a volte, invece, usurpati da altri) a guadagnarsi il pane con la dura fatica del lavoro manuale, in genere quella della diffusa, sino a poco tempo fa, coltivazione dei fiori.

Un ragazzo che lavorò alla curva del Latte

Lo stato attuale della campagna citata nel trafiletto, situata in Latte, Frazione di Ventimiglia (IM)

Non potevo dubitare che, quando conobbe Nico Orengo, autore anche de “La curva del Latte”, N. gli rammentasse che, certo anni dopo quell’ambientazione storica, nella campagna condotta dal protagonista lui, prima di diventare a costo di grandi studi e di pesanti sacrifici un importante dirigente in due diversi comuni dell’hinterland milanese, ci avesse lavorato da bracciante, ricavandone anche il ritratto affettuoso del figlio reale di quel personaggio, figlio cui Orengo, particolare non secondario a me sfuggito, aveva dedicato un’altra opera.

Quel Bar Irene a Ventimiglia (IM)

Ogni tanto qualcuno mi parla del Bar Irene di Ventimiglia (IM), che era, prima di un trasferimento in sede più capiente più o meno proprio di fronte, ubicato dietro una delle vetrine di questa fotografia.

Ne scrive talora su Facebook, delineando pregevoli note di costume, l’amico Gianfranco Raimondo.

Il fascino – nella mia memoria – di quel locale, irradiato dal 1968 a metà anni ’70, prima di cambiare anche nome, stava nel fatto, per dirla in estrema sintesi, che fu luogo, pur essendo fisicamente un semplice ritrovo come potevano essere tanti altri, di confronto civile e culturale per molti giovani e molti adulti.

Mi riesce difficile spiegarne le ragioni: di sicuro giovò la presenza di un cinema, poi chiuso come tanti altri, e della Camera del Lavoro, oggi in una sede più grande a poche decine di metri di distanza.

L’ha conosciuto bene N., purtroppo scomparso prematuramente pochi mesi fa, N. che da più di quarant’anni era emigrato nelle vicinanze di Milano. N., che pochi anni or sono infine ritrovavo, come sempre colto ed acuto osservatore, in più temprato anche dalle importanti vicende culturali di una vecchia Milano, quella della Casa della Cultura, per intenderci, aveva di quel Bar Irene più in mente, o a cuore, persone anche dalla vita pittoresca, che credo di avere individuato anche in un pezzo di notevole pregio stilistico di un altro nostro conoscente, pezzo che prima o poi mi devo decidere a pubblicare. Solo che a quel Bar era lui soprattutto, N., quello che faceva interminabili discussioni con Francesco Biamonti… e talora poteva accadere che alle due della mattina il giovane proprietario, che di lì a poche ore avrebbe rialzato la saracinesca, appoggiato tutto assonnato al muro, assistesse in esterno con me e J. alla continuazione di uno di quei duetti.

Vi passarono in quegli anni uomini molto significativi. Francesco Biamonti, non ancora famoso e sempre disponibile a discutere. Di Elio Lanteri, emerso come scrittore originale di questo entroterra solo poco prima della morte, voglio ricordare la carica umana non usuale. Di Guido Seborga non sono del tutto sicuro di una sua qualche presenza al Bar Irene, ma la fugace conoscenza che ne potei personalmente avere l’ho ricavata di sicuro per occasioni maturate tra quelle mura.

Infine, arrivando al punto cui ho già accennato in premessa, una testimonianza già pubblicata del Maestro Scultore Elio Lentini, raccolta con usuale competenza da Bartolomeo Durante, che pur frequentò in quegli anni quel locale, fa vibrare ben altre intense corde di quelle che son capace di toccare io. Ne stralcio qualche passo qui di seguito: “La Ventimiglia che non c’è più: anni ’60 – ’70 l’ “Accademia” estemporanea del bar Irene … Aniante, Comisso, Laurano, Morlotti, Biamonti e tanti altri intellettuali nel ricordo di un protagonista: il Maestro Scultore Elio Lentini … Eran altri tempi, di ideologie e di passioni, tempi anche controversi intrisi comunque di sogni. L’autografo del Maestro Elio Lentini, che fu testimone di quella stagione, permette di riviverla assieme a personaggi divenuti celebri e con altre persone dimenticate anche contro la ragionevolezza. E’ uno spaccato di storia intemelia ma non di una storia ordinaria … in un modo o nell’altro i protagonisti di quella stagione, sempre sospesa sugli equilibrismi di quell’epoca controversa che corre dal ’68 ai primi anni ’70, hanno lasciato in molti un ricordo profondo … e anche degli insegnamenti.” Aggiungo, infine, che qui si trova la continuazione di questa testimonianza, in una pagina molto intensa, ancorché dettagliata.

Ed oggi, che, dopo una lunga assenza dalle scene, il nome di Bar Irene é risorto a qualche centinaio di metri di distanza da quel primo locale, constato che chi mi ricorda i lontani tempi di quell’esercizio pubblico appartiene per lo più alla sfera di una pregressa vita di relazione.

Sulla “Raccolta di Viaggi dalla Scoperta del Nuovo Continente Fino A’ Dì Nostri” (1840-1844)

Dal “Viaggio in Siria e Palestina ” di John I. E. George Robinson.

Dal “Viaggio agli Stati Uniti dell’America Settentrionale” del Volney, che scrisse anche <Nozioni Preliminari intorno allo Stato Politico e Morale della Turchia necessarie per la completa intelligenza delle “Rimembranze” del Visconte di Marcellus e di qualunque opera relativa all’Oriente>.

Da “Rimembranze intorno all’Oriente” del Visconte di Marcellus.

Dai “Viaggi” di Burnes.

Si tratta di lavori contenuti nella “Raccolta di Viaggi dalla Scoperta del Nuovo Continente Fino A’ Dì Nostri” (1840-1844), 15 volumi in 8vo a formare un’opera in 18 tomi, compilata da Francesco Costantino Marmocchi per la casa editrice Fratelli Giachetti di Prato.
Di Francesco Costantino Marmocchi (nato a Poggibonsi nel 1805) occorre dire che fu un patriota e che é sepolto a Genova, dove morì ancora giovane nel 1858, lasciando incompiuti il Dizionario di geografia universale (I-II, Torino 1858-62) e la Descrizione geografica, cartografica e storica dell’Impero anglo-indiano, uscita a dispense a Torino a partire dal 1857 (continuata da G. Flecchia).
Altre sue opere, riportate come esempio non completo e desunto da Wikipedia: Il regno animale descritto secondo le osservazioni de’ più celebri naturalisti, Siena, 1829; Quadro della natura del barone Alessandro de Humboldt. Prima edizione italiana fatta sulle migliori oltramontane, rivista, annotata e corredata di carte geografiche e profilari, Siena, 1834; Corso di geografia storica antica, del Medioevo e moderna in 25 studi divisi in 100 lezioni, Firenze, 1845-47; Rapporto sulla riforma della guardia civica in Toscana, Firenze, 1848; Geografia d’Italia, Bastia, 1850; Corso di geografia commerciale, Genova, 1854-57.
Che marcano con le sedi di singola edizione anche la sua vita da esule politico e le tappe del suo peregrinare.
La digitalizzazione é di Cultura-Barocca.

Fra’ Marco da Nizza

Fonte: turtledove.wikia.com

Ho letto per la prima volta di Fra’ Marco da Nizza nello stesso romanzo storico – una lunga saga sul Texas – in cui ho appreso di Cabeza de Vaca. Va da sé che mi ha colpito molto sapere di un personaggio nato non lontano dalle mie parti.

Fonte: ww.psi.edu
 Fu un difensore dei nativi americani: la documentazione più pertinente risale ad un suo incarico nell’ormai ex Impero Inca, svolto quando Atahualpa era già stato assassinato, come si evince da una sua comunicazione inserita nell’opera fondamentale di Bartolomeo de Las Casas.

 

File:Coronado expedition.jpg

Fra’ Marco, disgustato, cercò ed ottenne altre incombenze, che lo portarono in Messico e che gli fecero passare gli ultimi anni della sua non lunga vita in diverse avventure e contingenze, non tutte di facile lettura e non semplici a riassumere. Il Viceré, in seguito ai racconti delle peripezie di Cabeza de Vaca, lo mandò in una spedizione a nord, attuale New Mexico, alla ricerca delle sette città d’oro (Cibola).

La fallace convinzione di averle intravviste fu la premessa alla sua partecipazione al famoso viaggio di esplorazione di Coronado, concluso con un fallimento di scopo, attribuito di conseguenza a Marco.

Le fonti attestano che questo frate francescano (di cui ci rimangono solo i titoli delle sue diverse opere e, oltre quanto già detto, una sola lettera) rimase incantato dalla bellezza di quelle terre, al punto da dedicarle a San Francesco. Non era certo così per i conquistadores che un mito certo lo inseguivano, ma era solo quello di El Dorado nelle sue tante varianti.

Firma di Marco da Nizza in calce al documento “Poder de Fray Marcos de Niza a favor del Señor Mariscal”, dove si legge “Ita est, frayre marcos de nissa, comissaris” (Fra’ Marco in quel tempo era Commissario del suo Ordine in Perù) – Fonte: Wikipedia

Vennero coinvolti quasi tutti, però, crudeli avventurieri e uomini di religione, con gli scarsi mezzi dell’epoca in avventure incredibili, che furono anche – contraddizioni della Storia! – grandi tappe delle scoperte geografiche.

La firma di Fra’ Marco da Nizza nel Canyon di Gila – Fonte: Wikipedia

A me, poi, sembra di ricordare che, nel romanzo citato all’inizio, di Fra’ Marco si mettano in evidenza anche azioni umanitarie compiute a favore degli indiani nelle zone più meridionali dell’attuale Texas. Il che porta a gettare un po’ di luce sulle missioni francescane, i cui componenti, almeno in una fase iniziale, dimostrarono, mentre già realizzavano le singolari costruzioni viste in tante pellicole western, qualche sprazzo di umanità verso i nativi.

Fra’ Marco. Conosciuto un po’ dappertutto. Quasi dimenticato dalle parti dove nacque!

Alla ricerca di mappe antiche

Pedemontanae vicinorumque regionum auctore Iacobo Castaldo descript. Anversa, 1598 ca., vale a dire Carta geografica della riviera di ponente da Portofino a Monaco, che comprende la parte del Piemonte fino alla Valle d´Aosta, tratta dal “Theatrum Orbis Terrarum” di Abraham Ortelius, disegnata da Jacopo Gastaldi (incisione in rame. 374×497 mm.), come l’ho desunta da qui.
Ero alla ricerca sul Web di icone antiche o antiquarie relative alla Liguria, quando, una volta rinvenuta la mappa, che già conoscevo, di cui qui sopra, mi si é aperto un percorso affascinante, che qui di seguito riproduco in modo parziale.
Una mappa con scene di animali dell’Asia da “Cosmographia” di Sebastian Münster (cartografo) pubblicata a Basilea da Henricus Petri nel 1628.
Isola Cocos in Oceania. Del 1719 da una descrizione del mondo curata da Allain Manesson Mallet, pubblicata a Francoforte.
Non ho potuto fare a meno di pensare, a quel punto, a La Pérouse, di cui ho parlato in un mio vecchio post, e agli altri coraggiosi navigatori dell’epoca, non solo francesi.
Infatti, a mio modesto avviso, non poteva che essere opera di un transalpino una mappa del 1780 di Tahiti: per la precisione di  M. Bonne, ingegnere e idrografo.
Sin qui le immagini, eccezione fatta, come ho già sottolineato, per la prima, sono state tratte da questo interessante sito.
Ho cercato Bonne su Wikipedia. Ho notato un altro ingegnere e idrografo, Rigobert Bonne (1727–1795), che ha disegnato questa mappa (fonte, va da sé, Wikipedia), che rammenta gli interessi francesi dell’epoca in Asia.
Volendo rinvenire una carta dell’Africa, che segnasse le basi usate nel 1700 dai transalpini, ho trovato, invece, sempre su questo sito, questa icona più antica, al cui fascino non ho saputo resistere: si tratta di Africae Tabula Nova di Abraham Ortelius – cui, pertanto, si torna ancora una volta -, pubblicata ad Antwerp nel 1592, come parte del già mentovato, famoso atlante, con testo latino, “Theatrum Orbis Terrarum”.

Stardust

La Villa Le Petit Rocher
Fonte: Wikimedia Commons

Il 13 settembre 2010 si svolsero a Bordighera (IM) i funerali del partigiano Renzo Biancheri (Rensu u Longu), che aveva fatto parte durante la Resistenza dei “Partigiani del Mare” o “Gruppo Sbarchi Vallecrosia”. Giuseppe “Mac” Fiorucci aveva nell’occasione mandato ad una mailing-list locale una testimonianza della persona defunta, raccolta per una pubblicazione che all’epoca non conoscevo ancora, benché fossi stato in precedenza messo al corrente della sua preparazione.

Come feci allora con l’approvazione dell’estensore della raccolta, riporto qui di seguito (ma adesso in forma parziale) il testo richiamato.

La mia storia nella Resistenza è legata a filo doppio con Renzo Rossi.
Nell’agosto del  1944 mi aggregai al gruppo partigiano di Girò [Pietro Gerolamo Marcenaro, “Gireu”], che operava nella zona di Negi [Frazione di Perinaldo (IM)], dove godevamo anche dell’appoggio di Umberto Sequi a Vallebona e di Giuseppe Bisso a Seborga; tutti e due membri del CLN di Bordighera. Negi era il punto di contatto tra le varie formazioni partigiane che operavano nella zona: Cekoff [Mario Alborno di Bordighera (IM)], Gino Napolitano ecc.

Facevo da staffetta tra Negi e Vallebona.

In settembre insieme a Renzo Rossi partecipai all’incontro con Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, in quel momento comandante della V^ Brigata , da dicembre 1944 comandante della II^ Divisione Garibaldi “Felice Cascione”]. Ci accompagnò Confino, maresciallo dei Carabinieri che aveva aderito alla Resistenza. Vittò investì formalmente Renzo Rossi del compito di organizzare, per la nostra zona, il SIM (Servizio Informazioni Militare) e i SAP (Squadre d’Assalto Partigiane), e io fui nominato suo agente e collaboratore.

In novembre mi aggregai al battaglione di Gino Napolitano a Vignai, ma dopo alcune operazioni di collegamento tra Vallebona e il comando di Vignai, il comando mi richiamò ad operare nel Gruppo Sbarchi.

Nell’estate, i servizi segreti americani avevano inviato sulla costa una rete di informatori, capeggiati da Gino Punzi. Dovendosi recare in Francia, per passare le linee, Gino si avvalse della collaborazione di un passeur, che però era passato dalla parte dei tedeschi e durante il viaggio lo uccise. Il comandante tedesco si infuriò perché avrebbe voluto catturare vivo il Gino. Sul suo cadavere furono rinvenuti dei documenti, dai quali i tedeschi vennero a conoscenza che sarebbero stati inviati altri agenti e telegrafisti alleati.

I tedeschi predisposero una trappola e quando arrivò il telegrafista “Eros” lo catturarono ferendolo. Si avvalsero di lui per trasmettere falsi messaggi al comando alleato di Nizza.

Con questi falsi messaggi fu richiesto l’invio di un’altra missione: la missione “Leo”…

 

Oggi posso, dunque, sottolineare al meglio che si tratta del racconto di Renzo Biancheri (Rensu u Longu), raccolto da Giuseppe “Mac” Fiorucci per il suo “Gruppo Sbarchi Vallecrosia” < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Comune di Vallecrosia (IM), Provincia di Imperia, Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM) >.

Alla mia richiesta di autorizzazione a pubblicare sul mio blog l’emozionante scritto di cui sopra, Fiorucci rispose mandandomi un altro “articolo”.

Questo, di Renato Dorgia, “Plancia”, sempre per “Gruppo Sbarchi Vallecrosia”:

La base alleata in Francia era a Saint Jean Cap Ferrat, nella baia di Villafranca, nella Villa Le Petit Rocher [ma la Villa risulta in effetti nel comune di Beaulieu-sur-Mer]. Da Vallecrosia si partiva, naturalmente di notte, e si raggiungeva il porto di Montecarlo, facilmente individuabile perché l’unico illuminato. All’ingresso del porto, una vedetta intimava l’alt e accompagnava il natante all’approdo sotto stretta sorveglianza. Qui l’equipaggio forniva alle sentinelle alleate del porto di Monaco solo un numero di telefono o di codice e il nome dell’ufficiale dell’Intelligence Service. In meno di un’ora erano presi in consegna dai servizi segreti alleati.

Anche io fui condotto a Montecarlo, con Renzo Rossi, Girò e Renzo Biancheri, già allora sordo come una campana. Per me era la prima volta, mentre per gli altri si trattava dell’ennesima traversata.

Fummo accolti dal capitano Lamb, che ci condusse a Le Petit Rocher. Ci diede qualche istruzione, tra le quali ricordo che, alla mia richiesta di una qualche sorta di documento, ci disse che a eventuali controlli dovevamo solo rispondere che eravamo maltesi e di riferire il suo nome, Cap. Lamb con il numero di riconoscimento.

Mettendo mano al portafoglio, Lamb cominciò a distribuire una banconota da 500 franchi. La sua intenzione era di consegnarne una per ognuno di noi, ma Renzo Rossi, intascata la prima banconota ringraziò dicendo che 500 franchi bastavano per tutti.

Il capitano, sorpreso, ci fissò negli occhi uno per uno e domandò:

“Ma voi siete proprio Italiani?”.

Scoppiò poi a ridere, ma, per un attimo, vidi nel suo sguardo il sospetto che fossimo sabotatori. Renzo Biancheri chiese di poter usare il telefono, compose il numero e ottenuta la comunicazione tra lo stupore generale iniziò a cantare Polvere di Stelle [Stardust].

Renzo era sordo e come tutti i duri d’orecchio cantava bene.

Sussurrava la melodia d’amore di “Polvere di Stelle”, alle orecchie di una interlocutrice, evidentemente conosciuta in qualche precedente missione e con la quale di certo non scambiava lunghe conversazioni:

Sometimes I wonder why I spend
The lonely night dreaming of a song

 

In seguito, forse memore del fatto che nei nostri pregressi incontri gli parlavo dell’opportunità di pubblicare sul Web i suoi materiali di ricerca, Fiorucci mi inviò, a mia piena disposizione, documenti e scritti, sia pubblicati (ma, ripeto, allora, per mia disattenzione, non lo sapevo ancora) su “Gruppo Sbarchi Vallecrosia”, sia, per come mi risulta, inediti.

Per il momento aggiungo solo che in quel settembre 2010 una nipote di Renzo Biancheri mi ringraziò via email per il mio pensiero, che la citazione della morte di [il capitano] Gino Punzi ha suscitato in seguito molta interessante corrispondenza, che, purtroppo, il 19 marzo 2012 Fiorucci ci ha lasciati.

Vedrò in seguito di tornare e di approfondire alcuni di questi temi.

Racconti di guerra, grande ingiustizia del mondo

Il gruppo di case sparse in Slovenia, dove nacque il nonno materno

Racconti di guerra, grande ingiustizia del mondo, sentiti in famiglia.

La Grande Guerra.

Dalla viva voce della nonna materna, che era slovena dei dintorni di Salona d’Isonzo (come si chiamava durante il famigerato ventennio) e, dunque, all’epoca suddita, al pari del futuro marito, dell’Impero Austro-Ungarico, appresi fanciullo di bambini del luogo trattenuti sulle linee del fronte dell’Isonzo al pari di donne ed anziani, feroce anticipo italiano delle persecuzioni e dei campi di concentramento loro riservati poco più di vent’anni dopo. Bambini in allora obbligati a sentire le grida di agonia dei feriti gravi abbandonati tra i reticolati delle trincee. Anziani considerati spie e trattati di conseguenza, salvati solo all’ultimo minuto dall’esecuzione. Stupri o tentativi di stupro. Morti in quel ramo di famiglia, compreso il bisnonno, per il conflitto o per altre conseguenze del medesimo. Ma io da adulto non ho più approfondito, purtroppo.

Su un fronte più lontano l’altro mio nonno, quello paterno, a combattere. Schivo di parole in merito, però, eccezione fatta per meticolosi chiarimenti tecnici resi al sottoscritto di ritorno da Gorizia. Già, ma la pandemia di spagnola della prima famiglia gli lasciò solo lo zio tragicamente destinato a perire più tardi in Russia. Particolari appresi da adulto. Pudori arcaici di famiglia.

Più sfumate le testimonianze dirette della seconda guerra.

La malaria (altre persone a me care ne soffrirono nella loro conseguente breve vita) del nonno materno, reduce dall’Albania, più o meno costretto ad indossare di nuovo la divisa del carabiniere.

Quali orrori avrà visto in tale veste? Un anticipo del suo espatrio clandestino in Jugoslavia per riabbracciare la madre, con particolari – i duri interrogatori dei “titini” che, ormai da tempo italiano, ma date le sue origini slovene, lo ritenevano un spia – conosciuti solo da mio padre per essere svelati tanti, troppi anni dopo?

Ultima guerra, mio padre, lasciata Ventimiglia (IM): i bombardamenti aerei a  Napoli, la prima battaglia navale della Sirte:

la fuga da Pola, 8 settembre 1943, della squadra della corazzata Giulio Cesare, la successiva destinazione ad altri incarichi, spesa a terra tra Taranto e Lecce. A lungo senza contatti con i genitori e, sino all’indomani dell’8 settembre 1943, con il fratello più piccolo, anch’egli in  Marina. Il fratello più grande, che era nel Genio Ferrovieri, già morto (ufficialmente disperso!), come sopra accennato, nella sciagurata campagna di Russia, a dicembre 1942.

Da queste parti, in Riviera, ponente di Liguria, i civili in dura lotta per la sopravvivenza. Anche bambine di Bordighera (IM) a spingere carrette su e giù per il Col di Nava alla ricerca di farina in cambio di olio, cercando di evitare i feroci controlli tedeschi…

Una cerimonia del 1934

Una manifestazione del 1934  a Buggio, Frazione di Pigna (IM), Liguria di ponente, sotto le Alpi Marittime. In primo piano, a braccia conserte, appare il dottor Diana, figura popolare in zona, cui toccò la triste sorte di riesumare tante, troppe salme di partigiani, trucidati dai nazisti e dai fascisti. Mio padre, al quale la foto  venne regalata dall’amico, figlio del titolare dello studio Mariani di Ventimiglia (IM), che l’aveva effettuata, e che appare, tredicenne, tra le spallette della strada, ricordava, poiché vi fu per breve tempo cameriere, quel medico, ormai pensionato, come tranquillo avventore dello storico Bar Rossi di Ventimiglia (IM). Tornando all’immagine, esaminata abbastanza di recente, non ha consentito ad un anziano, nativo del paese, il riconoscimento del punto esatto in cui venne effettuato lo scatto. Nel retro della fotografia la dedica, in data 21 ottobre 1934,  parla di inaugurazione del Monumento ai Caduti [nella Grande Guerra].