Suor Juana Inés de la Cruz

Miguel Cabrera, Suor Juana Inés de la Cruz, 1750
Fonte: Wikipedia

Juana Inés de la Cruz, nata Juana Inés de Asbaje y Ramírez de Santillana (San Miguel Nepantla, 2 dicembre 1648 o, secondo altri, 12 novembre 1651 – Città del Messico, 17 aprile 1695), è stata una religiosa ed una famosa poetessa messicana.

Figlia illeggittima di un nobile spagnolo e di una donna analfabeta, la quale è, però, in grado di dirigere una masseria e che nel 1655 vive con un altro uomo, Juana già a tre anni, con la complicità di una sorella maggiore e di una maestra, impara a leggere all’insaputa della madre.
Vorrebbe tentare di proseguire gli studi, sino all’Università, travestita da ragazzo, cosa impossibile e molto pericolosa a quel tempo. La madre, ormai ben convinta della bontà delle aspirazioni della figlia, la manda dalla sorella a Città del Messico, dove la fornita biblioteca del defunto nonno svolge una funzione fondamentale nella preparazione di Juana.
Risulta difficile, da qui in avanti, riassumere la sua pur breve vita, tanto ricca di avvenimenti importanti quanto é straordinaria la sua personalità, nella quale prevale un temerario, per l’epoca e l’ambiente, spirito libero.
Sostanzialmente autodidatta, presentata nel 1664 alla nuova Corte dalla zia, entra nel gruppo delle dame della Viceregina, dove viene accreditata del titolo di “amatissima”. Compone versi, dedicati alla grande nobile, molto apprezzati anche dal Viceré, che riconosce in varie occasioni il talento della fanciulla.
Nel 1667, tuttavia, Juana abbandona la Corte ed entra in convento. Da parte degli studiosi si ritiene prevalente in questa scelta una motivazione di ordine pratico, perché imminente un possibile cambio di Viceré. Senonché, Juana, che pur in quel Messico potrebbe, ancorché figlia illeggittima, contrarre, come fanno invero due sue sorelle, matrimonio, lascia scritto che non sente attrazione per tale istituto, ma, anzi, cerca con l’opzione messa in atto la tranquillità necessaria per dedicarsi alla sua intensa attività intellettuale.
Sarebbe interessante entrare in molti particolari, quali aspetti del costume e del diritto, specifici allora in quell’area geografica. Ancor più la corposa produzione lirica di Juana, che le assicura subito grande fama. Intenso anche il suo rapporto con una nuova Viceregina. Siamo nel Barocco. Juana si occupa anche di teatro, ma il vescovo, memore dell’avversione pontificia di quegli anni per qualsivoglia forma di coinvolgimento femminile in materia, già da questo presupposto inizia a covare rancore verso Juana.
Il fatto é che Juana difende, come può, senza giri di parole e non celandosi dietro pseudonimi, la dignità della donna, soprattutto rivendicando il diritto ad un’istruzione paritetica a quella maschile.
Molto significativi, allora, i seguenti versi di Juana:
“Stolti uomini che accusate
la donna senza ragione,
ignari di esser cagione
delle colpe che le date;
(…)
Io molti argomenti fondo
contro le vostre arroganze,
ché unite in promessa e istanze
l’inferno, la carne e il mondo”.
Infine, quel vescovo, sfruttando diversi fattori, non ultimo l’ennesimo avvicendamento di governatori, e taluni inevitabili errori della donna, riduce, anche mediante umiliante confessione, Juana al silenzio e alla rinuncia ai suoi amatissimi studi, non senza aver prima espropriato e venduto suoi beni, come biblioteca e strumenti musicali: era stata, infatti, agitata l’accusa di eresia, a quel tempo sul serio temibile.
Juana muore di peste il 17 aprile 1695, dopo essersi prodigata per altre consorelle colpite dallo stesso morbo.
Mi sembra, infine, molto significativo che Octavio Paz, in “Suor Juana Inés de la Cruz o le insidie della fede”, abbia voluto dedicare la sua meditata attenzione alla figura di questa donna, su cui mi sembra, inoltre, opportuno indicare al seguente link a Cultura-Barocca, da cui ho tratto le note che precedono, la sussistenza di  maggiori informazioni.

La Pérouse

Fonte: Wikipedia

Faccio inizio da questa battaglia navale, detta dei Santi, sviluppatasi nelle Antille dal 9 al 12 aprile 1782 durante la Guerra di Indipendenza degli Stati Uniti, per procedere a qualche accenno su La Pérouse. E, in parallelo, ad altri navigatori della seconda metà del Settecento. Perché tanti esploratori di quel periodo, francesi e britannici, si erano ritrovati su quei mari a combattere in quel conflitto, come già prima nella Guerra dei Sette Anni.

Di La Pérouse Jules Verne scrisse anche: “Durante l’ultima guerra egli era stato incaricato della delicatissima questione di distruggere gli stabilimenti della compagnia inglese nella baia di Hudson, ed egli si era disimpegnato dell’incarico da militare consumato, da abile marinaio, da uomo che sa conciliare i sentimenti dell’umanità con le esigenze del dovere professionale.”
Fonte: Wikipedia

Nella riproduzione del dipinto, di cui sopra, viene fissato il momento dell’incarico ufficiale conferito a questo navigatore da Luigi XVI per la sua ultima missione per i mari del mondo, particolarmente voluta come risposta alle grandi avventure di James Cook.

La Pérouse fece levare le ancore da Brest il 1° agosto 1785.
Fonte: Wikipedia

Come in tanti viaggi per oceani dell’epoca i rischi erano all’ordine del giorno. La precedente stampa attesta un sinistro occorso a un gruppo della spedizione sulla costa nord-americana – tra attuali Alaska e Canada – che si affaccia sul Pacifico. La Pérouse – scrisse ancora Verne – aveva eretto un monumento su cui si leggeva la seguente iscrizione, di evidente imitazione classica: “All’ingresso del porto sono periti ventun coraggiosi marinai. Chiunque voi siate, unite le vostre lagrime alle nostre.”

Fonte: Wikipedia

A Mauna, nelle Isole Samoa, fu massacrata la piccola squadra sbarcata in cerca di rifornimenti alimentari e soprattutto di acqua, squadra condotta dal secondo di quella spedizione, il capitano Paul Fleuriot de Langle, che era anche uno scienziato. De Langle volle scendere a terra, nonostante il parere contrario di La Pérouse, il quale aveva acconsentito malvolentieri, e provocò gratuitamente la reazione esiziale degli indigeni. Allo stesso modo di quanto aveva fatto, nel determinare la propria uccisione, Cook, che almeno aveva l’alibi morale di un pessimo stato di salute.

Nell’ultima lettera, spedita da Botany Bay, Australia, a febbraio 1788, La Pérouse asseriva: “Risalirò alle Isole degli Amici e farò assolutamente tutto ciò che mi é ordinato dalle mie istruzioni relativamente alla parte meridionale della Nuova Caledonia, all’isola Santa Cruz di Mendana, alla costa del sud della terra degli Arsacidi di Surville e alla terra della Luisiade di Boungaville …”.
Jean François de Galaup, Conte de La Pérouse, nato presso Albi nel 1741, e le sue due navi del periplo intorno al mondo, l’Astrolabe e la Boussole, sembrarono di lì a poco svanite nel nulla. Ormai scoppiata in Francia la Rivoluzione, fu proprio l’Assemblea Nazionale nel febbraio 1791 a ingiungere al re di armare una spedizione di soccorso, che fallì lo scopo: durante la medesima perirono addirittura i due comandanti, Entrecasteaux e Kermadec. Solo trent’anni dopo si giunse alla conclusione, perché vi si trovarono effetti personali dei marinai, che La Pérouse e i suoi uomini fossero periti a Vanikoro, nelle Salomone.
Aggiungo che dell’itinerario noto di La Pérouse sussistono tracce documentarie sul Web, così come vi si ribadisce che fu di sensibilità illuministica. Sono rimaste copie dei suoi giornali di bordo, rimandati per tempo in Francia, molto interessanti. Li lesse Jules Verne, che ne trascrisse importanti notizie e affermazioni. Ne produco, in conclusione, almeno due: nella Kamciatka La Pérouse fece porre sulla tomba di Delisle de la Croyère, che era morto nel 1741 di ritorno da una spedizione condotta per conto dello zar, una lastra di rame incisa e rese il medesimo omaggio al capitano Clerke, il secondo di Cook, cui, alla morte, succedette nel comando.

Quella palestra a Ventimiglia (IM)

L’ex G.I.L. di Ventimiglia (IM), come viene ancora chiamata, oggi una palestra, se non sbaglio, in uso ad alcune società sportive. E lo spiazzo davanti un parcheggio a rotazione.

Per circa due decenni é stato l’unico impianto a disposizione delle scuole medie inferiori del centro città e degli istituti superiori.

Ci sono passato anch’io. Per otto anni.

In attesa di una lezione pomeridiana (allora per le superiori usava così), una volta ho sentito, tutto ammirato, un ragazzo un po’ più grande di me parlare di Puskás a Bordighera.

In quel sito, dentro e fuori, anzi, fuori, perché le prove di corsa si facevano logicamente all’aperto, ho coltivato i miei sogni da adolescente sull’atletica leggera. Io, inconcludente, come quasi sempre, se non si trattava, come allora, di studiare, e, poi, di lavoro. Sono anni che non scrivo di questi aspetti. Ci penserò.

Non riesco a ritrovare una fotografia scattata, nell’occasione della premiazione, insieme, tra gli altri, a due insegnanti del Liceo, che a me furono molto cari. Ero il capitano, per meriti di… età, della nostra squadra allievi di pallavolo, che vinse nel 1966 il campionato provinciale studentesco. E tutto il torneo, per nostra fortuna, mi sembra di ricordare, si era svolto all’aperto dell’ex G.I.L.

Il patrimonio di ricordi di quel sito non può che essere, pertanto, che comune a centinaia e centinaia di persone della mia zona. Capita, del resto, che tanti scrivano di quel luogo e della strada che da un altro nome ancora alla palestra, Via Chiappori. Molti di meno rammentano che nell’angolo di sud-ovest rimase a lungo il campo da tennis in terra battuta del Tennis Club di Ventimiglia, fondato intorno al 1950.

Appena finita la seconda guerra mondiale, l’edificio in questione venne adibito a scopi più pratici inerenti la vita che riprendeva a scorrere un po’ più tranquilla. C’era una mensa popolare, ad esempio: e fu là, dove mia madre ragazza allora lavorava, che i miei genitori si conobbero…

Prima ancora, come ci ricorda tristemente il nome, G.I.L., vale a dire Gioventù Italiana del Littorio, la palestra, come tante in Italia, venne eretta per celebrare biechi vanti del regime fascista. Di tanti racconti che ho sentito fare intorno a quel luogo per i tristi anni 1930, in genere concernenti il premilitare, aberrante istituzione del fascismo, voglio, in conclusione, riportarne almeno uno. Il seguente, che riprendo da un mio blog: “ il giovane pescatore, uno di quelli che aiutava gli ebrei stranieri, dannati dal regime con le leggi razziali, a fuggire in barca dall’Italia verso la Francia nella tormentata stagione 1938-’39 [in proposito: Ombre al confine di Paolo Veziano L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014], in futuro valente floricoltore, che si presentava al premilitare fascista a piedi nudi, sostenendo che in casa non si avevano soldi per comprargli le scarpe: al che il capomanipolo o centurione, il brutto ceffo in camicia nera, insomma, che dirigeva la situazione, lo mandava via, con tacita soddisfazione del nostro personaggio, che di tutta evidenza aveva ottenuto, almeno una volta, il suo scopo“.

 

Il pallido abissino

Fonte: www.grosvenorprints.com

Fu un lord Halifax, a quanto pare, che propose allo scozzese James Bruce (1730-1794) di andare alla scoperta delle sorgenti del Nilo. Lo sbarco a Massaua in Mar Rosso avvenne il 19 settembre 1769. Ma Bruce sarebbe stato trattenuto in territorio arabo se non avesse avuto l’accortezza di farsi rilasciare un firmano del sultano e lettere del bey del Cairo e dello sceriffo della Mecca. Ad Adua Bruce vide i resti di un convento di gesuiti, che sembrava piuttosto un forte. Ammirò ad Axum quelli che oggi sono obelischi famosi in tutto il mondo. Reputò di aver notato in alture tutte di marmo rosso più di un centinaio di tracce lasciate dagli scavi di colossali statue dell’Antico Egitto. Giunto a febbraio 1770 a Gondar, allora capitale dell’Etiopia, le sue prestazioni di medico contro il dilagare di una febbre tifoidea gli furono di grande aiuto per perfezionare il conseguimento del massimo appoggio del Negus e della corte per la sua spedizione. Nei mesi trascorsi a Gondar (anche dopo aver raggiunto la meta tanto agognata) raccolse informazioni preziose sul paese, anche circa la storia, pressoché uniche al momento della pubblicazione del resoconto di viaggio di Bruce. Il 4 novembre 1770 pensò di avere scoperto, con l’aiuto di guide locali, ma con sua decisione per il rilevamento del sito preciso, le sorgenti del Nilo, nelle vicinanze della chiesa di San Michele Geesh. Scrisse in proposito Bruce: “Certamente é più facile immaginare che descrivere ciò che provai allora. Rimasi ritto davanti a quelle sorgenti dove da 3000 anni il genio e il coraggio degli uomini più celebri avevano tentato invano di giungere“.
Tornato in patria, dopo un itinerario avventuroso, su cui é opportuno poi soffermarsi brevemente, l’esito delle sue ricerche venne accolto con molta incredulità.
Ai nostri giorni gli si accredita in genere la mera scoperta di un affluente del Nilo Azzurro. Accennavo poc’anzi al viaggio di ritorno, iniziato nel dicembre 1771: arrestato in un Sultanato dell’attuale Sudan, riuscì ad avere salva la vita e a riottenere la libertà combinando le sue doti diplomatiche con i buoni uffici – all’insegna degli ottimi rapporti maturati da lui in quelle contrade – di un governatore etiope; e arrivare al Cairo nel gennaio 1773, a Londra nel 1774, dopo un soggiorno in Francia.

Fonte: libweb5.princeton.edu

Questa mappa dell’Abissinia (nome a lungo usato, per lo meno in Europa, per definire l’Etiopia), stesa nel 1809-1810 da Henry Salt, altro grande esploratore, sulla base di osservazioni dirette sul terreno, ma anche di informazioni raccolte sul posto, certifica in una dicitura di essere tributaria per il Nilo e zone circostanti (ad ovest del Samen) delle mappe di Bruce.
Di recente le esperienze di Bruce, a lungo dimenticato anche in Inghilterra, sono state narrate da Miles Bredin in un libro – non mi risulta ancora tradotto in Italia – dal titolo evocativo, “The Pale Abyssinian”, che spero si possa tradurre adeguatamente in italiano come “il pallido abissino”. Bredin sottolinea opportunamente che David Livingstone riteneva Bruce “un viaggiatore più grande di ciascuno di noi”. E che Bruce aveva vissute avventure così grandi – tra queste, accoglienze favolose da parte di principi africani ignoti in Europa, le scalate delle tremende montagne dell’Abissinia, la traversata del terribile deserto della Nubia -, avventure tali da farlo ritenere un bugiardo negli ambienti ufficiali britannici. Bredin, se ho capito bene una recensione del suo libro, si spinge sino ad insinuare una ricerca… dell’Arca Perduta, che in effetti una tradizione della Chiesa Ortodossa Etiopica reputa tuttora conservata ad Axum.
Credo che la grandezza di Bruce risieda soprattutto nell’avere osservato, e tramandato, con grande attenzione quanto il suo coraggio temerario lo portò ad esplorare. Forse ancora adesso si insinua talvolta che il vero scopritore, europeo, delle sorgenti del Nilo Azzurro verso il 1604 sia stato Pedro Páez Jaramillo, gesuita e missionario spagnolo, che scrisse anche una Historia de Etiopia (1622) e, a quanto pare, primo europeo ad assaggiare il caffè. Affermazione che, vedo su Google Libri, faceva sua nel 1850 anche l’italiano l’italiano Giulio Ferrario in una sua corposa opera. Páez cui si attribuisce la frase “Confesso che mi rallegra vedere quello che avrebbero voluto vedere il re Ciro, Alessandro il Grande e Giulio Cesare“. Ma questa scoperta da molti, compreso a suo tempo lo stesso Bruce, viene ritenuta un’invenzione di Athanasius Kircher (1602–1680), noto gesuita, filosofo e storico tedesco, che invero molto sentiva il senso di appartenenza.
A prescindere dal fatto che le scoperte sono tali, quando ne derivano effetti concreti, credo che a Bruce la sorte abbia riservato diverse beffe: avendo lui descritto molte bene il Lago Tana, la più grossa é quella che oggi si ritiene – aspetto a lui ignoto! – che il Nilo Azzurro sia un emissario del Lago in questione.
Sono ricorso per l’immagine, di cui all’inizio, ad una stampa, di tutta evidenza, italiana (del 1820, disegno di Bramati, incisione di Rados; e la voce di catalogo attribuisce la scoperta delle sorgenti del Nilo a Bruce) per una sorta di omaggio a questo affascinante viaggiatore, che anche per sue pregresse esperienze nel Mediterraneo, specie in Algeria, non mancò, inoltre, di tramandare – altro capitolo importante! – le sue acute osservazioni sui resti materiali delle antiche civiltà egizia e romana.

Carte geografiche antiquarie

Le immagini, che precedono afferiscono un’opera del 1572, “L’isole più famose del mondo” (uscita a Venezia in tre volumi di 47 carte incise su rame da Gerolamo Porro, ampliato e riedito dopo quattro anni e ristampato più volte entro il 1686), di Tommaso Porcacchi, autore molto poliedrico (contribuì, tra l’altro, a editare gli ultimi cinque canti del “Furioso”): fanno parte – devo aggiungere – di una vera rarità bibliografica.
In questo caso credo sia da sottolineare l’attenzione posta anche in Italia alla geografia di luoghi lontani e esotici, non molto dopo l’avvio delle conquiste coloniali e dei viaggi di esplorazione europei.
Il Dominio di Terraferma della Repubblica di Genova e la città vista dal mare: lavoro di Johan Baptist Hormann (1664-1724).
Ho desunto informazioni e icone una volta di più da Cultura-Barocca.
Nell’occasione, volgo un riconoscente pensiero a quanti conservano, pur fra tanta incuria pubblica verso la cultura, libri e documenti preziosi, a quanti li consultano e studiano in ambienti in genere come minimo polverosi anche a fini divulgativi e non solo accademici, a quanti, soprattutto, digitalizzano, sempre in simile contesto, immagini, ritengo importanti perché antiquarie, come quelle che qui pubblico.

Memorie di Ventimiglia Alta

Quando da bambino abitai per pochi anni – indimenticabili – nel centro storico di Ventimiglia (IM), comunemente chiamato Ventimiglia Alta, non essendo ancora epoca di motorizzazione di massa, dalla Città Bassa noi si rientrava più abitualmente per Salita Lago. Prima e dopo, altri carrugi dai nomi caratteristici.

Via Giudici, dove si abitava, per l’appunto all’intersezione con la prosecuzione dell’erta già detta.

Piazza delle Erbe.

A sinistra, non del tutto inquadrata, la nostra vecchia casa e Via Giudici che prosegue, in direzione opposta a questa inquadratura, verso la Cattedrale. E’ un luogo importante, ma non l’unico, che accompagna i miei personali ricordi di tante persone. Eppure avevo solo dai due ai sette anni di età ancora da compiere quando stavo da quelle parti. Altre storie di quel sito mi sono state raccontate in seguito.

Sulla Colla, altro belvedere di Ventimiglia Alta, dovrei fare notare monumenti su cui tornerò invece altra volta, mentre mi preme sottolineare pregresse conoscenze maturate sia in quella passeggiata che in alcune delle case sulla sinistra, una fila che prosegue fuori vista, veri gioielli affacciati sulle mura, dotati in genere di piccoli giardini interni di notevole bellezza.

Ecco uno scorcio di quelle dimore dall’altra parte, su Via Garibaldi, la principale, se non l’unica, carrabile della Città Vecchia. Ed anche questa immagine mi fa tornare in mente tanti lontani episodi.
Insomma, tutto questo discorso sin qui fatto, oltrettutto incompleto, rappresenta una sorta di specifici appunti da sviluppare in seguito, tanto più che ogni tanto, a prescindere da quelle più recenti,  nelle conversazioni con amici e conoscenti emergono remote vicende curiose proprie di quando abitavo, bambino, lassù.
Ma prima di chiudere almeno uno sguardo sulla Cattedrale (e sul Battistero!) dovevo buttarlo. Anche perché quelle antiche pietre mi emozionavano già allora.

Piazza d’Armi

Oggi Piazza d’Armi di Camporosso (IM), Camporosso Mare per la precisione, risulta occupata, a farla breve, da strade, case e da un bel giardino pubblico.
Il nome con cui é stata lungamente conosciuta l’area in questione riporta agli anni prima dell’ultima guerra ed alla finitima Vallecrosia, proprio lì affacciata come confine occidentale, Vallecrosia dove erano collocate molte caserme: ma questo é un lato della questione che porterebbe lontano, comunque, alla necessità di approfondimenti.
Per circa vent’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, invece, quello spiazzo é stato occupato da quello che a lungo (quello di Bordighera sul Capo credo non fosse a caso destinato ai tornei giovanili) fu l’unico campo di calcio regolamentare della zona di confine.
Non sono poi in tanti, tra le persone che frequento, a ricordarsi di tutto questo: eppure qualche fotografia gira ancora, soprattutto su Facebook.
Tra il detto ed il vissuto – da bambino e da adolescente abitavo abbastanza vicino – emergono tanti ricordi di fatti curiosi, dai quali vado ad estrapolare un episodio che mi é stato raccontato da poco.
Alla svolta anni ’60 guardava – in tribuna, mi viene da supporre – una partita in casa della Ventimigliese un signore ormai anziano, alto, robusto e dalla voce tonante, che ben avevo conosciuto per amicizie di famiglia. Gli si avvicinò un autista in livrea che gli disse che il suo titolare, assiso in autovettura, avrebbe desiderato parlargli: al che l’omone rispose che prima avrebbe guardato finire la gara. Fu grande il suo stupore di ritrovare infine ad attenderlo pazientemente l’ufficiale, al quale aveva salvato la vita durante la Grande Guerra, ancor di più nel riscontrare che era ormai un famoso magnate italiano dell’industria. La vicenda proseguì con aspetti qui ininfluenti, credo.

Non ho chiesto al mio interlocutore, genero di quella persona, come fosse stato possibile quell’avvistamento a distanza, ma me lo sono immaginato, come in parte ho ricostruito nella mia stesura, alla quale devo aggiungere il particolare di un muro basso, solo sormontato da un’alta rete per trattenere le pallonate.

E fuori dal football ne ha viste tante altre cose la vecchia Piazza d’Armi, luogo destinato ai circhi – ce n’erano ancora tanti in quegli anni e non arrivavano solo d’estate – e, sotto Natale, ai Luna Park. Tanto é vero che chi come me di tanto in tanto andava in settimana a scorazzare su quel brullo terreno, spesso lasciato incustodito dalla società, ne vedeva le pessime conseguenze. Insomma, da quelle parti tirava aria di pionierismo di ritorno, anche perché la Ventimigliese anteguerra aveva un bel campo negli attuali Giardini Pubblici della città di confine …

Biloxi

Fonte: Wikipedia

Quando mi sono imbattuto in questa carta francese del 1720 di Biloxi (nome che mi pare ricorra spesso nella contemporanea letteratura statunitense), oggi Mississippi, dove gli esploratori del Re Sole non erano arrivati da molto, non ho potuto fare a meno, al di là dell’orrore per la crudeltà spesa in ogni avventura coloniale, di pensare alla bellezza di certa antica iconografia. In proposito, rinvengo ancora che, dopo Mobile, Biloxi fu capitale della Louisiana dal 1720 al 1723, per poi cedere l’onore a La Nouvelle-Orléans, cioé l’odierna New Orleans.

Fonte: Wikipedia

Mobile nel 1725.

Fonte: Wikipedia

New Orleans nel 1720.

Fonte: Wikipedia

Già nel 1612 Samuel de Champlain aveva steso questa mappa che indicava la Nuova Francia, vale a dire una parte del Canada allora conosciuto dagli europei. E non poteva fare a meno di riportarvi i nativi. Mentre su quelle terre veniva imposto un regime signorile.

Fonte: Wikipedia

In questo quadro più tardo (1869), di Wilhelm Lamprech, si vede invece il padre gesuita Marquette mentre esplora il Mississippi, alla vigilia dell’imminente stabilizzazione transalpina. Altre ricerche di pellicce, altri fortini sparsi, perché, come ben noto, la Francia non pensò mai a forti insediamenti di uomini.

Fonte: Wikipedia

Alle missioni, invece, la potenza borbone aveva già pensato da tempo, come si vede in questa icona del 1632, riferita agli Huroni. E in genere affidate ai Gesuiti, che in quelle lande dimostrarono tutt’altro che la comprensione manifestata dai loro confratelli in Sud America. Erano ben pochi, ma invadenti. Di qui, come ricordo anche da Enciclopedia Britannica, tanti scontri con i nativi. Ne derivarono, logicamente, anche tanti caduti tra i religiosi, i martiri canadesi, come ufficialmente definiti e canonizzati.

Fonte: Wikipedia

La sconfitta degli Acadiani francesi, una delle ultime tappe della perdita dell’impero francese in Nord America. Tante guerre contro gli inglesi, già a partire dal terzo quarto del 1600 e sempre, da tutte le parti, il coinvolgimento delle popolazioni locali. Cui poi addebitare ogni ignominia, compiuta, invece, dagli europei.

Fonte: Wikipedia

Il teatro che ho sommariamente descritto, anche perché le vicende almeno a grandi linee sono conosciute, in una carta del 1681.

Claude Izzo

Il porto vecchio di Marsiglia, città di nascita dello scrittore e di ambientazione di molte sue opere
Fonte: Wikipedia

Di sicuro nelle opere di Claude Izzo, morto giovane nel 2000, la sua Marsiglia e dintorni, non molto lontani da questa riviera ligure di ponente, che ha con quei luoghi appena da me citati una qualche affinità paesaggistica e non solo, assumono contorni quasi magici. Si sentono l’odore del mare, i profumi dei fiori e delle erbe mediterranei, i sapori di cibi cosmopoliti. E si palpita per personaggi che sembrano usciti da una canzone di Francesco De Gregori, nel contempo in cui certi “cattivi” sembrano (almeno a me) un po’ esagerati, anche se fanno rinviare con il pensiero alle tante trame criminali realmente esistenti di qua e di là della frontiera.

La novella Zenobia

 

Lady Hesther Lucy Stanhope (1776-1839) è stata una nobile viaggiatrice e avventuriera britannica, divenuta famosa per le incredibili vicende della sua vita in Medio Oriente. Una terra straordinaria che da fine ‘700 e primi ‘800 cominciò a rivelare ai suoi primi esploratori scientifici  il suo fascino leggendario e lo splendore dei suoi reperti archeologici.
Fonte: Wikimedia
Lady Stanhope, infatti, fu proclamata – novella Zenobia –  regina di Palmira, l’antica Tadmor, da alcune tribù di beduini e divenne una sorta di profetessa tra le comunità druse.
La “Revue des Deux Mondes” nel 1845 la descrisse come “regina di Tadmor, maga, profetessa, patriarca, capo arabo, morta nel 1839 sotto il tetto del suo palazzo sgangherato e in rovina a Djîhoun, in Libano“.
Era figlia dello scienziato Charles Stanhope, III conte di Stanhope, e di Hester Pitt, sorella del primo ministro britannico, William Pitt il giovane, grande nemico di Napoleone. Fu a capo – usanze dell’epoca! – della casata dello zio, scapolo: già questo capitolo della sua esistenza sarebbe significativo e da esplorare bene in sede storica.
Giovane, bella e ricca“, secondo la descrizione di Lamartine in “Le Voyage en Orient“, che riportò con linguaggio icastico anche gli episodi più incredibili di devozione alla donna da parte di tribù del Medio Oriente, Lady Stanhope viaggiò in Europa a partire dal 1806, prima di visitare il Medio Oriente. Qualche fonte insinua a seguito di una delusione d’amore. E partì con un amante. In genere si pensa che non contrasse matrimonio – d’altronde l’età l’aveva superata! – per spirito ribelle.
In Asia, dove pervenne dopo avere attraversato un Egitto ancora in rovina per la guerra condotta poco prima da Bonaparte, ebbe come tappe principali Gerusalemme, Damasco, Aleppo, Homs ( vale a dire l’antica Emesa in Siria, celebre per il culto solare del Dio El Gabal) e in particolare Baalbeck (l’antica Eliopoli o “città del sole”), siti dei quali in quel periodo altri viaggiatori, tra cui il Robinson, lasciarono inusitate testimonianze. E forse fu la prima persona a essere autorizzata dai pubblici poteri turchi a compiere scavi archeologici.
Lady Stanhope fu in corrispondenza con Lamartine, al quale raccontò della sua fede, una miscela di cristianesimo e di tradizioni orientali. Questa sorta di sincretismo venne poi dibattuto dal famoso poeta con un celebre visitatore della donna, il Visconte di Marcellus che le dedicò un intero capitolo delle sue “Rimembranze intorno all’Oriente“.
Ha ispirato produzioni letterarie, tra cui il personaggio di Althestane Orlof nel romanzo di Pierre Benoît La Châtelaine du Liban (1924).
Scrisse le sue memorie, pubblicate in inglese poco dopo la sua morte: meriterebbero invero una edizione critica in italiano, per comprendere meglio lo spirito di libertà e di avventura di questa donna, che seppe resistere alle feroci reprimende del mondo perbene del suo tempo.