Gli spiccioli di un provinciale

Spesso nei miei trafiletti cerco di ispirarmi a “Gli spiccioli di Montale” di Nico Orengo, compianto autore dalla grande scrittura creativa.

Uno scorcio di Latte, Frazione di Ventimiglia (IM). La seconda villa in primo piano da sinistra è quella cui si fa cenno nel presente articolo.

Sarà perché il racconto del libro appena citato si apre in una casa storica, ormai massacrata, in riva al mare, in Frazione Latte di Ventimiglia (IM), dimora che ho avuto la ventura di frequentare?

Le mie odierne trame, invero, prendono sovente le mosse a Bordighera (IM) in un’altra residenza più modesta, non lungi da dove abito adesso, ormai abbandonata in attesa della furia delle ruspe per il compimento dell’ennesima speculazione edilizia. Solo la nonna materna ci ha vissuto per più di sessant’anni. Lo zio più di settanta.

Il mare è vicino, ma non visibile. Si scorgevano (si scorgerebbero) dagli usci verdi colline ormai massacrate dal cemento ed una torre d’avvistamento contro i pirati turcheschi, che si é scoperto da poco insistere su rari reperti archeologici dell’Alto Medio Evo, ma destinata ad essere circondata dagli ennesimi residences. Ed ancora – basterebbe spostarsi un po’! – il Sasso, Seborga, Monte Caggio. Più o meno di fronte, non rammento ora se di colà ben visibili, Borghetto San Nicolò e Vallebona. In mezzo il torrente Borghetto che, quasi tutto tombinato e destinato ad accogliere acque furiose non più trattenute da rilievi modesti, ma ormai spelacchiati o ricoperti da manufatti agricoli e non, in otto anni ha più volte esondato, con conseguenze particolarmente pesanti a metà settembre 2006: non più luogo di giochi durante la siccità estiva per bambini che amavano l”intrepido“, dunque, non più sito di raccolta di erbe odorose per i conigli ed altri animali da cortile, non più terreno di ricerca delle more più dolci mai mangiate.

D’altronde da tanti anni ormai avevano cessato di defluirvi le acque della grande antica lavanderia di Guido, omaccione generoso dalla voce tonante che non spaventava nessuno.

Non sono altro che un modesto provinciale !

Cuore di tenebra?

Joseph Conrad
Fonte: Wikipedia

Leggendo qualche anno fa la recensione di un nuovo libro di Mario Vargas Llosa su ” la Repubblica” in un articolo nientemeno intitolato “Perché Conrad aveva torto” mi erano venute in mente alcune riflessioni, che torno ad esprimere qui di seguito.

La prima riguarda il Premio Nobel, le cui opere, invero, conosco poco, ma reputo che solo dal brano da “Il sogno del Celta” selezionato dal giornale per l’occasione, si evinca, a mio modesto parere, già la statura di un autore capace di una prosa maestosa per stile, contenuti, erudizione ed autentica, ancorché doverosamente rattenuta, passione.
Non è, pero, di questo che intendo precisamente parlare, perché è ben lungi da me l’idea di cimentarmi in critiche letterarie.
Trovo affascinante e degno di considerazione – su questo vorrei dilungarmi un po’ – l’intreccio della trama del romanzo, per come si percepisce da una presentazione siffatta, con suggestioni e richiami che ne possono derivare.
Intanto, ho rinvenuto indiretta conferma di una presenza attiva di Joseph Conrad nel cuore dell’Africa Nera, del Congo storicamente inteso, per essere più precisi, in un’avventura, bruscamente interrotta per non essere complice di barbarie inaudite, determinante per la successiva composizione di “Cuore di tenebra”.  Avevo già letto di quella sua esperienza in un libro, robusto per notizie e sensazioni, “Tenebre sul Congo”, di un autore italiano, Luigi Guarnieri, che in quel suo lavoro seppe armoniosamente fondere diversi elementi, spaziando, oltretutto, per diversi decenni di storia coloniale e per una cospicua fascia territoriale dell’Africa dall’Atlantico all’Oceano Indiano.
Arrivando per lo meno al dunque del personaggio di Vargas Llosa, specifico che si tratta di un diplomatico britannico, Roger Casement. Casement, tuttavia, era soprattutto un irlandese che, terminati i suoi impegni all’estero, si trovò coinvolto nelle lotte irredentiste della sua patria, di cui, per ovvii motivi, non dico di più, come per il resto della sua attività. Di qui il “Celta” del titolo in parola, di qui, per lo meno nella ricostruzione di Vargas Llosa, sue considerazioni verso Conrad, di cui auspica ad un certo punto una presa di posizione favorevole, se non alla sua scarcerazione, alla salvezza della propria vita minacciata (1916) in Inghilterra di pena capitale.
Roger Casement
Fonte: Wikipedia

Solo questi aspetti, appena da me riassunti, valgono, credo, il massimo di attenzione da parte di un lettore moderno che ami la storia.

Casement, che aveva fondato l’Associazione per la riforma del Congo, dopo che erano cadute nel vuoto le denunce della missione britannica di cui aveva fatto parte circa le vessazioni compiute laggiù contro i nativi dai belgi, in Vargas Llosa – non so nella realtà – introduce in un dialogo a distanza con Conrad elementi di responsabilità anche di esponenti africani, un tema che ho visto riprendere a distanza di decenni nell’attuale temperie di quel tormentato Continente. Il romanziere anglo-polacco batteva, invece, di più il tasto sull’imbarbarimento provocato dai conquistatori europei.
Fonte: Wikipedia
Pietro Savorgnan di Brazzà in una celebre fotografia di Félix Nadar
Fonte: Wikipedia

Ci sono stati, dunque, nel pieno delle conquiste coloniali, europei coscienziosi, che pur poco poterono fare: a questo novero penso vada ascritto il Brazzà, che operò per la Francia con i cui governanti dovette presto scontrarsi con conseguente abbandono degli incarichi in Africa Equatoriale.  Alla luce del volume del Guarnieri dovrei aggiungere tra le persone che almeno qualcosa di positivo cercarono di fare in quei frangenti anche i Comboniani ed un altro nostro connazionale, Gaetano Casati, che spero sul serio abbia scontato, scontrandosi, come già Brazzà, con Stanley e cercando di “redimere” Emin Pascià, la pecca di avere partecipato in gioventù alla repressione del brigantaggio meridionale.

Gaetano Casati
Fonte: Wikipedia

Tutti personaggi, quelli che ho citato, che non solo, magari sporadicamente, incrociarono i loro destini, ma che nel bene e nel male hanno vissuto vite degne di essere immortalate in romanzi. E si può aggiungere tra gli italiani che ebbero un forte ruolo in quelle vicende ormai consegnate agli annali, più ancora che Vittorio Bòttego, Romolo Gessi.

Carte geografiche italiane a cavallo del 1800

Ho rinvenuto questa carta del Regno di Sardegna del 1794, oggi dell’Istituto Geografico Militare, mentre facevo un’esplorazione, dovuta al fatto che, riguardando stampe di inizio 1800, presenti su questo sito nizzardo cui ho già attinto altre volte, ho notato meglio che talora vengono indicate opere o di geografi italiani o riguardanti altre parti del nostro paese, come la “Coreografia d’Italia” di Attilio Zuccagni-Orlandini. Difficile, tuttavia, trovare sul Web altre icone così pregevoli. Probabile che chi le colleziona se le tenga ben strette anche nella forma digitale.

Questa una mappa dal lavoro di Attilio Zuccagni-Orlandini.

Per associazione di idee mi é tornata in mente l’imponente opera di storia e di geografia del Conte Alberto La Marmora, uno dei quattro fratelli generali, realizzata quando era stato mandato in punizione in Sardegna. Qui sopra, ripresa da qui, una carta da lui realizzata.

In effetti, nella prima metà del 1800 in Italia non si pubblicavano solo libri su lontane nazioni, come ho già più volte accennato, ad esempio qui. Argomenti che ho ripreso da Cultura Barocca.  Alla quale potrei sempre tornare per ulteriori spunti su come veniva studiata e presentata la geografia italiana in quel periodo: a questo link un piccolo saggio.

Quella volta di Radio Squadra a Ventimiglia (IM)

Fonte: Piera Lenzi

Quando, sei anni or sono, incontrata casualmente e riconosciuto da lei, per via della mia attiva presenza nella blogosfera, ho potuto finalmente discorrere un po’ con S., già mia compagna di classe per quasi tutte le scuole elementari, nella concitazione del momento mi dimenticai di parlarle di Radio Squadra. Eppure non era passato molto tempo da che in famiglia avevamo rispolverato un vecchio  articolo di giornale, che con un breve trafiletto pubblicava una fotografia che ci ritraeva insieme mentre io rispondevo alle domande del cronista per quell’avvenimento in Ventimiglia del 1959; decisamente ancor meno da quando avevo affrontato l’argomento su altro blog, in ciò stimolato dall’aver trovata citata sul Web la canzone in dialetto, che ad un certo punto cantavano tutti i bambini partecipanti a Radio Squadra, edizione scuole della città ligure di confine.

Ho dovuto attendere a lungo per parlare di Radio Squadra con S., ma non ne ricordava nulla, neanche dopo il mio inoltro per email del citato ritaglio stampa. Sembrava un destino: già in precedenza persone addentro alle situazioni locali – eccezione per una, che aveva un vago ricordo sia della Piazza (Libertà!) del Municipio molto affollata, sia per la fuggevole visione di quel frangente nella commemorazione in televisione di un giornalista appena deceduto – mi avevano sostenuto di non rammentare niente; già in precedenza, vista la fotografia di una classe delle elementari della vicina Camporosso con la sovrascritta Radio Squadra, E., lì ritratto e da me conosciuto, si può dire, da una vita, confermava quel coro di smemoratezza; e potrei continuare.

Premetto ancora che il dubbio, che mi ero trascinato dietro, derivava da quella notizia che mi riguarda e che sottolinea domande fatte ad un alunno delle elementari di Nervia (la nostra zona di allora!), circondato da suoi compagni di classe, nel senso di non poter dimostrare bene che quella presenza di Radio Squadra a Ventimiglia aveva coinvolto in maniera centralizzata le delegazioni più o meno consistenti dei vari plessi scolastici cittadini (e, forse, – vedi il caso Camporosso Mare – oltre).

Avevo, all’epoca del mio primo interessamento a pubblicare qualche piccola nota sull’argomento, scritto una cosa del genere: “mi ritrovo, tuttavia, sempre con scarne note rinvenute sul Web, del tenore della seguente: – … Radiosquadra, un gruppo di giornalisti e di tecnici che attraversava l’Italia a bordo di un pulmann attrezzato per le riprese dirette e le registrazioni, nel suo giro della Penisola … realizza interviste, portando la radio in piccoli paesi sperduti. – Dove si accenna a Renato Tagliani, un tempo noto personaggio della RAI… E a qualche forma di trasmissione in loco, presumo con altoparlanti per surrogare la carenza di apparecchi domestici o la mancanza di segnale. Qualche ulteriore informazione lascia intendere che l’iniziativa esisteva dal 1951, che agiva su vari temi e che vi hanno collaborato, tra gli altri, Enzo Tortora, Silvio Noto, Luciano Rispoli. Lodevole e pionieristica, aggiungerei.

Ho rinvenuto, però, nel sito del Circolo Didattico di Anagni una fotografia del 27 aprile 1961 [oggi non più rinvenibile], che illustra abbastanza bene, credo, il nodo che vorrei sciogliere, perché in una piazza di quella città si vedono, ad esempio, un furgoncino di Radio Squadra e tanti scolari assiepati.

Secondo me, infatti, si trattava di una organizzazione di Radio Squadra più complessa, realizzata nel Palazzo Municipale, con tanto – per dire – di riproduzione all’esterno, sulla Piazza affollata, della trasmissione in corso: qualcosa sull’esempio di Anagni, insomma.

Guarda caso  l’anno scorso su noto social network compare prima un’immagine che ritrae davanti al Municipio di Ventimiglia tutti i partecipanti a Radio Squadra, cui ne risponde un’altra, che sancisce che le singole interviste venivano fatte all’interno del palazzo pubblico.

E solo in quel momento B.E. mi dice che sua madre aveva ascoltato quella trasmissione da casa che, va da sé, a lui, che non ne aveva fatto parte, forse in quanto riservata alle IV, ne aveva spesso parlato.

Sì, perché grosso modo, l’evento era consistito di tante domande a tanti bambini su momenti di storia locale, inframezzati e/o conclusi dal canto collettivo (che io ricordi mai provato prima tutti insieme!) della Leggenda Ventimigliese.

E S.? S., da me debitamente informata, si riconosce nell’istantanea di gruppo, mentre io praticamente non ci riesco, e mi chiede dov’era la nostra stimatissima maestra: al che presumo che io e lei siamo stati gli unici del plesso di Nervia a presenziare, accompagnati dal bidello…

Suor Juana Inés de la Cruz

Miguel Cabrera, Suor Juana Inés de la Cruz, 1750
Fonte: Wikipedia

Juana Inés de la Cruz, nata Juana Inés de Asbaje y Ramírez de Santillana (San Miguel Nepantla, 2 dicembre 1648 o, secondo altri, 12 novembre 1651 – Città del Messico, 17 aprile 1695), è stata una religiosa ed una famosa poetessa messicana.

Figlia illeggittima di un nobile spagnolo e di una donna analfabeta, la quale è, però, in grado di dirigere una masseria e che nel 1655 vive con un altro uomo, Juana già a tre anni, con la complicità di una sorella maggiore e di una maestra, impara a leggere all’insaputa della madre.
Vorrebbe tentare di proseguire gli studi, sino all’Università, travestita da ragazzo, cosa impossibile e molto pericolosa a quel tempo. La madre, ormai ben convinta della bontà delle aspirazioni della figlia, la manda dalla sorella a Città del Messico, dove la fornita biblioteca del defunto nonno svolge una funzione fondamentale nella preparazione di Juana.
Risulta difficile, da qui in avanti, riassumere la sua pur breve vita, tanto ricca di avvenimenti importanti quanto é straordinaria la sua personalità, nella quale prevale un temerario, per l’epoca e l’ambiente, spirito libero.
Sostanzialmente autodidatta, presentata nel 1664 alla nuova Corte dalla zia, entra nel gruppo delle dame della Viceregina, dove viene accreditata del titolo di “amatissima”. Compone versi, dedicati alla grande nobile, molto apprezzati anche dal Viceré, che riconosce in varie occasioni il talento della fanciulla.
Nel 1667, tuttavia, Juana abbandona la Corte ed entra in convento. Da parte degli studiosi si ritiene prevalente in questa scelta una motivazione di ordine pratico, perché imminente un possibile cambio di Viceré. Senonché, Juana, che pur in quel Messico potrebbe, ancorché figlia illeggittima, contrarre, come fanno invero due sue sorelle, matrimonio, lascia scritto che non sente attrazione per tale istituto, ma, anzi, cerca con l’opzione messa in atto la tranquillità necessaria per dedicarsi alla sua intensa attività intellettuale.
Sarebbe interessante entrare in molti particolari, quali aspetti del costume e del diritto, specifici allora in quell’area geografica. Ancor più la corposa produzione lirica di Juana, che le assicura subito grande fama. Intenso anche il suo rapporto con una nuova Viceregina. Siamo nel Barocco. Juana si occupa anche di teatro, ma il vescovo, memore dell’avversione pontificia di quegli anni per qualsivoglia forma di coinvolgimento femminile in materia, già da questo presupposto inizia a covare rancore verso Juana.
Il fatto é che Juana difende, come può, senza giri di parole e non celandosi dietro pseudonimi, la dignità della donna, soprattutto rivendicando il diritto ad un’istruzione paritetica a quella maschile.
Molto significativi, allora, i seguenti versi di Juana:
“Stolti uomini che accusate
la donna senza ragione,
ignari di esser cagione
delle colpe che le date;
(…)
Io molti argomenti fondo
contro le vostre arroganze,
ché unite in promessa e istanze
l’inferno, la carne e il mondo”.
Infine, quel vescovo, sfruttando diversi fattori, non ultimo l’ennesimo avvicendamento di governatori, e taluni inevitabili errori della donna, riduce, anche mediante umiliante confessione, Juana al silenzio e alla rinuncia ai suoi amatissimi studi, non senza aver prima espropriato e venduto suoi beni, come biblioteca e strumenti musicali: era stata, infatti, agitata l’accusa di eresia, a quel tempo sul serio temibile.
Juana muore di peste il 17 aprile 1695, dopo essersi prodigata per altre consorelle colpite dallo stesso morbo.
Mi sembra, infine, molto significativo che Octavio Paz, in “Suor Juana Inés de la Cruz o le insidie della fede”, abbia voluto dedicare la sua meditata attenzione alla figura di questa donna, su cui mi sembra, inoltre, opportuno indicare al seguente link a Cultura-Barocca, da cui ho tratto le note che precedono, la sussistenza di  maggiori informazioni.

La Pérouse

Fonte: Wikipedia

Faccio inizio da questa battaglia navale, detta dei Santi, sviluppatasi nelle Antille dal 9 al 12 aprile 1782 durante la Guerra di Indipendenza degli Stati Uniti, per procedere a qualche accenno su La Pérouse. E, in parallelo, ad altri navigatori della seconda metà del Settecento. Perché tanti esploratori di quel periodo, francesi e britannici, si erano ritrovati su quei mari a combattere in quel conflitto, come già prima nella Guerra dei Sette Anni.

Di La Pérouse Jules Verne scrisse anche: “Durante l’ultima guerra egli era stato incaricato della delicatissima questione di distruggere gli stabilimenti della compagnia inglese nella baia di Hudson, ed egli si era disimpegnato dell’incarico da militare consumato, da abile marinaio, da uomo che sa conciliare i sentimenti dell’umanità con le esigenze del dovere professionale.”
Fonte: Wikipedia

Nella riproduzione del dipinto, di cui sopra, viene fissato il momento dell’incarico ufficiale conferito a questo navigatore da Luigi XVI per la sua ultima missione per i mari del mondo, particolarmente voluta come risposta alle grandi avventure di James Cook.

La Pérouse fece levare le ancore da Brest il 1° agosto 1785.
Fonte: Wikipedia

Come in tanti viaggi per oceani dell’epoca i rischi erano all’ordine del giorno. La precedente stampa attesta un sinistro occorso a un gruppo della spedizione sulla costa nord-americana – tra attuali Alaska e Canada – che si affaccia sul Pacifico. La Pérouse – scrisse ancora Verne – aveva eretto un monumento su cui si leggeva la seguente iscrizione, di evidente imitazione classica: “All’ingresso del porto sono periti ventun coraggiosi marinai. Chiunque voi siate, unite le vostre lagrime alle nostre.”

Fonte: Wikipedia

A Mauna, nelle Isole Samoa, fu massacrata la piccola squadra sbarcata in cerca di rifornimenti alimentari e soprattutto di acqua, squadra condotta dal secondo di quella spedizione, il capitano Paul Fleuriot de Langle, che era anche uno scienziato. De Langle volle scendere a terra, nonostante il parere contrario di La Pérouse, il quale aveva acconsentito malvolentieri, e provocò gratuitamente la reazione esiziale degli indigeni. Allo stesso modo di quanto aveva fatto, nel determinare la propria uccisione, Cook, che almeno aveva l’alibi morale di un pessimo stato di salute.

Nell’ultima lettera, spedita da Botany Bay, Australia, a febbraio 1788, La Pérouse asseriva: “Risalirò alle Isole degli Amici e farò assolutamente tutto ciò che mi é ordinato dalle mie istruzioni relativamente alla parte meridionale della Nuova Caledonia, all’isola Santa Cruz di Mendana, alla costa del sud della terra degli Arsacidi di Surville e alla terra della Luisiade di Boungaville …”.
Jean François de Galaup, Conte de La Pérouse, nato presso Albi nel 1741, e le sue due navi del periplo intorno al mondo, l’Astrolabe e la Boussole, sembrarono di lì a poco svanite nel nulla. Ormai scoppiata in Francia la Rivoluzione, fu proprio l’Assemblea Nazionale nel febbraio 1791 a ingiungere al re di armare una spedizione di soccorso, che fallì lo scopo: durante la medesima perirono addirittura i due comandanti, Entrecasteaux e Kermadec. Solo trent’anni dopo si giunse alla conclusione, perché vi si trovarono effetti personali dei marinai, che La Pérouse e i suoi uomini fossero periti a Vanikoro, nelle Salomone.
Aggiungo che dell’itinerario noto di La Pérouse sussistono tracce documentarie sul Web, così come vi si ribadisce che fu di sensibilità illuministica. Sono rimaste copie dei suoi giornali di bordo, rimandati per tempo in Francia, molto interessanti. Li lesse Jules Verne, che ne trascrisse importanti notizie e affermazioni. Ne produco, in conclusione, almeno due: nella Kamciatka La Pérouse fece porre sulla tomba di Delisle de la Croyère, che era morto nel 1741 di ritorno da una spedizione condotta per conto dello zar, una lastra di rame incisa e rese il medesimo omaggio al capitano Clerke, il secondo di Cook, cui, alla morte, succedette nel comando.

Quella palestra a Ventimiglia (IM)

L’ex G.I.L. di Ventimiglia (IM), come viene ancora chiamata, oggi una palestra, se non sbaglio, in uso ad alcune società sportive. E lo spiazzo davanti un parcheggio a rotazione.

Per circa due decenni é stato l’unico impianto a disposizione delle scuole medie inferiori del centro città e degli istituti superiori.

Ci sono passato anch’io. Per otto anni.

In attesa di una lezione pomeridiana (allora per le superiori usava così), una volta ho sentito, tutto ammirato, un ragazzo un po’ più grande di me parlare di Puskás a Bordighera.

In quel sito, dentro e fuori, anzi, fuori, perché le prove di corsa si facevano logicamente all’aperto, ho coltivato i miei sogni da adolescente sull’atletica leggera. Io, inconcludente, come quasi sempre, se non si trattava, come allora, di studiare, e, poi, di lavoro. Sono anni che non scrivo di questi aspetti. Ci penserò.

Non riesco a ritrovare una fotografia scattata, nell’occasione della premiazione, insieme, tra gli altri, a due insegnanti del Liceo, che a me furono molto cari. Ero il capitano, per meriti di… età, della nostra squadra allievi di pallavolo, che vinse nel 1966 il campionato provinciale studentesco. E tutto il torneo, per nostra fortuna, mi sembra di ricordare, si era svolto all’aperto dell’ex G.I.L.

Il patrimonio di ricordi di quel sito non può che essere, pertanto, che comune a centinaia e centinaia di persone della mia zona. Capita, del resto, che tanti scrivano di quel luogo e della strada che da un altro nome ancora alla palestra, Via Chiappori. Molti di meno rammentano che nell’angolo di sud-ovest rimase a lungo il campo da tennis in terra battuta del Tennis Club di Ventimiglia, fondato intorno al 1950.

Appena finita la seconda guerra mondiale, l’edificio in questione venne adibito a scopi più pratici inerenti la vita che riprendeva a scorrere un po’ più tranquilla. C’era una mensa popolare, ad esempio: e fu là, dove mia madre ragazza allora lavorava, che i miei genitori si conobbero…

Prima ancora, come ci ricorda tristemente il nome, G.I.L., vale a dire Gioventù Italiana del Littorio, la palestra, come tante in Italia, venne eretta per celebrare biechi vanti del regime fascista. Di tanti racconti che ho sentito fare intorno a quel luogo per i tristi anni 1930, in genere concernenti il premilitare, aberrante istituzione del fascismo, voglio, in conclusione, riportarne almeno uno. Il seguente, che riprendo da un mio blog: “ il giovane pescatore, uno di quelli che aiutava gli ebrei stranieri, dannati dal regime con le leggi razziali, a fuggire in barca dall’Italia verso la Francia nella tormentata stagione 1938-’39 [in proposito: Ombre al confine di Paolo Veziano L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014], in futuro valente floricoltore, che si presentava al premilitare fascista a piedi nudi, sostenendo che in casa non si avevano soldi per comprargli le scarpe: al che il capomanipolo o centurione, il brutto ceffo in camicia nera, insomma, che dirigeva la situazione, lo mandava via, con tacita soddisfazione del nostro personaggio, che di tutta evidenza aveva ottenuto, almeno una volta, il suo scopo“.

 

Il pallido abissino

Fonte: www.grosvenorprints.com

Fu un lord Halifax, a quanto pare, che propose allo scozzese James Bruce (1730-1794) di andare alla scoperta delle sorgenti del Nilo. Lo sbarco a Massaua in Mar Rosso avvenne il 19 settembre 1769. Ma Bruce sarebbe stato trattenuto in territorio arabo se non avesse avuto l’accortezza di farsi rilasciare un firmano del sultano e lettere del bey del Cairo e dello sceriffo della Mecca. Ad Adua Bruce vide i resti di un convento di gesuiti, che sembrava piuttosto un forte. Ammirò ad Axum quelli che oggi sono obelischi famosi in tutto il mondo. Reputò di aver notato in alture tutte di marmo rosso più di un centinaio di tracce lasciate dagli scavi di colossali statue dell’Antico Egitto. Giunto a febbraio 1770 a Gondar, allora capitale dell’Etiopia, le sue prestazioni di medico contro il dilagare di una febbre tifoidea gli furono di grande aiuto per perfezionare il conseguimento del massimo appoggio del Negus e della corte per la sua spedizione. Nei mesi trascorsi a Gondar (anche dopo aver raggiunto la meta tanto agognata) raccolse informazioni preziose sul paese, anche circa la storia, pressoché uniche al momento della pubblicazione del resoconto di viaggio di Bruce. Il 4 novembre 1770 pensò di avere scoperto, con l’aiuto di guide locali, ma con sua decisione per il rilevamento del sito preciso, le sorgenti del Nilo, nelle vicinanze della chiesa di San Michele Geesh. Scrisse in proposito Bruce: “Certamente é più facile immaginare che descrivere ciò che provai allora. Rimasi ritto davanti a quelle sorgenti dove da 3000 anni il genio e il coraggio degli uomini più celebri avevano tentato invano di giungere“.
Tornato in patria, dopo un itinerario avventuroso, su cui é opportuno poi soffermarsi brevemente, l’esito delle sue ricerche venne accolto con molta incredulità.
Ai nostri giorni gli si accredita in genere la mera scoperta di un affluente del Nilo Azzurro. Accennavo poc’anzi al viaggio di ritorno, iniziato nel dicembre 1771: arrestato in un Sultanato dell’attuale Sudan, riuscì ad avere salva la vita e a riottenere la libertà combinando le sue doti diplomatiche con i buoni uffici – all’insegna degli ottimi rapporti maturati da lui in quelle contrade – di un governatore etiope; e arrivare al Cairo nel gennaio 1773, a Londra nel 1774, dopo un soggiorno in Francia.

Fonte: libweb5.princeton.edu

Questa mappa dell’Abissinia (nome a lungo usato, per lo meno in Europa, per definire l’Etiopia), stesa nel 1809-1810 da Henry Salt, altro grande esploratore, sulla base di osservazioni dirette sul terreno, ma anche di informazioni raccolte sul posto, certifica in una dicitura di essere tributaria per il Nilo e zone circostanti (ad ovest del Samen) delle mappe di Bruce.
Di recente le esperienze di Bruce, a lungo dimenticato anche in Inghilterra, sono state narrate da Miles Bredin in un libro – non mi risulta ancora tradotto in Italia – dal titolo evocativo, “The Pale Abyssinian”, che spero si possa tradurre adeguatamente in italiano come “il pallido abissino”. Bredin sottolinea opportunamente che David Livingstone riteneva Bruce “un viaggiatore più grande di ciascuno di noi”. E che Bruce aveva vissute avventure così grandi – tra queste, accoglienze favolose da parte di principi africani ignoti in Europa, le scalate delle tremende montagne dell’Abissinia, la traversata del terribile deserto della Nubia -, avventure tali da farlo ritenere un bugiardo negli ambienti ufficiali britannici. Bredin, se ho capito bene una recensione del suo libro, si spinge sino ad insinuare una ricerca… dell’Arca Perduta, che in effetti una tradizione della Chiesa Ortodossa Etiopica reputa tuttora conservata ad Axum.
Credo che la grandezza di Bruce risieda soprattutto nell’avere osservato, e tramandato, con grande attenzione quanto il suo coraggio temerario lo portò ad esplorare. Forse ancora adesso si insinua talvolta che il vero scopritore, europeo, delle sorgenti del Nilo Azzurro verso il 1604 sia stato Pedro Páez Jaramillo, gesuita e missionario spagnolo, che scrisse anche una Historia de Etiopia (1622) e, a quanto pare, primo europeo ad assaggiare il caffè. Affermazione che, vedo su Google Libri, faceva sua nel 1850 anche l’italiano l’italiano Giulio Ferrario in una sua corposa opera. Páez cui si attribuisce la frase “Confesso che mi rallegra vedere quello che avrebbero voluto vedere il re Ciro, Alessandro il Grande e Giulio Cesare“. Ma questa scoperta da molti, compreso a suo tempo lo stesso Bruce, viene ritenuta un’invenzione di Athanasius Kircher (1602–1680), noto gesuita, filosofo e storico tedesco, che invero molto sentiva il senso di appartenenza.
A prescindere dal fatto che le scoperte sono tali, quando ne derivano effetti concreti, credo che a Bruce la sorte abbia riservato diverse beffe: avendo lui descritto molte bene il Lago Tana, la più grossa é quella che oggi si ritiene – aspetto a lui ignoto! – che il Nilo Azzurro sia un emissario del Lago in questione.
Sono ricorso per l’immagine, di cui all’inizio, ad una stampa, di tutta evidenza, italiana (del 1820, disegno di Bramati, incisione di Rados; e la voce di catalogo attribuisce la scoperta delle sorgenti del Nilo a Bruce) per una sorta di omaggio a questo affascinante viaggiatore, che anche per sue pregresse esperienze nel Mediterraneo, specie in Algeria, non mancò, inoltre, di tramandare – altro capitolo importante! – le sue acute osservazioni sui resti materiali delle antiche civiltà egizia e romana.

Carte geografiche antiquarie

Le immagini, che precedono afferiscono un’opera del 1572, “L’isole più famose del mondo” (uscita a Venezia in tre volumi di 47 carte incise su rame da Gerolamo Porro, ampliato e riedito dopo quattro anni e ristampato più volte entro il 1686), di Tommaso Porcacchi, autore molto poliedrico (contribuì, tra l’altro, a editare gli ultimi cinque canti del “Furioso”): fanno parte – devo aggiungere – di una vera rarità bibliografica.
In questo caso credo sia da sottolineare l’attenzione posta anche in Italia alla geografia di luoghi lontani e esotici, non molto dopo l’avvio delle conquiste coloniali e dei viaggi di esplorazione europei.
Il Dominio di Terraferma della Repubblica di Genova e la città vista dal mare: lavoro di Johan Baptist Hormann (1664-1724).
Ho desunto informazioni e icone una volta di più da Cultura-Barocca.
Nell’occasione, volgo un riconoscente pensiero a quanti conservano, pur fra tanta incuria pubblica verso la cultura, libri e documenti preziosi, a quanti li consultano e studiano in ambienti in genere come minimo polverosi anche a fini divulgativi e non solo accademici, a quanti, soprattutto, digitalizzano, sempre in simile contesto, immagini, ritengo importanti perché antiquarie, come quelle che qui pubblico.

Memorie di Ventimiglia Alta

Quando da bambino abitai per pochi anni – indimenticabili – nel centro storico di Ventimiglia (IM), comunemente chiamato Ventimiglia Alta, non essendo ancora epoca di motorizzazione di massa, dalla Città Bassa noi si rientrava più abitualmente per Salita Lago. Prima e dopo, altri carrugi dai nomi caratteristici.

Via Giudici, dove si abitava, per l’appunto all’intersezione con la prosecuzione dell’erta già detta.

Piazza delle Erbe.

A sinistra, non del tutto inquadrata, la nostra vecchia casa e Via Giudici che prosegue, in direzione opposta a questa inquadratura, verso la Cattedrale. E’ un luogo importante, ma non l’unico, che accompagna i miei personali ricordi di tante persone. Eppure avevo solo dai due ai sette anni di età ancora da compiere quando stavo da quelle parti. Altre storie di quel sito mi sono state raccontate in seguito.

Sulla Colla, altro belvedere di Ventimiglia Alta, dovrei fare notare monumenti su cui tornerò invece altra volta, mentre mi preme sottolineare pregresse conoscenze maturate sia in quella passeggiata che in alcune delle case sulla sinistra, una fila che prosegue fuori vista, veri gioielli affacciati sulle mura, dotati in genere di piccoli giardini interni di notevole bellezza.

Ecco uno scorcio di quelle dimore dall’altra parte, su Via Garibaldi, la principale, se non l’unica, carrabile della Città Vecchia. Ed anche questa immagine mi fa tornare in mente tanti lontani episodi.
Insomma, tutto questo discorso sin qui fatto, oltrettutto incompleto, rappresenta una sorta di specifici appunti da sviluppare in seguito, tanto più che ogni tanto, a prescindere da quelle più recenti,  nelle conversazioni con amici e conoscenti emergono remote vicende curiose proprie di quando abitavo, bambino, lassù.
Ma prima di chiudere almeno uno sguardo sulla Cattedrale (e sul Battistero!) dovevo buttarlo. Anche perché quelle antiche pietre mi emozionavano già allora.