Quella palestra a Ventimiglia (IM)

L’ex G.I.L. di Ventimiglia (IM), come viene ancora chiamata, oggi una palestra, se non sbaglio, in uso ad alcune società sportive. E lo spiazzo davanti un parcheggio a rotazione.

Per circa due decenni é stato l’unico impianto a disposizione delle scuole medie inferiori del centro città e degli istituti superiori.

Ci sono passato anch’io. Per otto anni.

In attesa di una lezione pomeridiana (allora per le superiori usava così), una volta ho sentito, tutto ammirato, un ragazzo un po’ più grande di me parlare di Puskás a Bordighera.

In quel sito, dentro e fuori, anzi, fuori, perché le prove di corsa si facevano logicamente all’aperto, ho coltivato i miei sogni da adolescente sull’atletica leggera. Io, inconcludente, come quasi sempre, se non si trattava, come allora, di studiare, e, poi, di lavoro. Sono anni che non scrivo di questi aspetti. Ci penserò.

Non riesco a ritrovare una fotografia scattata, nell’occasione della premiazione, insieme, tra gli altri, a due insegnanti del Liceo, che a me furono molto cari. Ero il capitano, per meriti di… età, della nostra squadra allievi di pallavolo, che vinse nel 1966 il campionato provinciale studentesco. E tutto il torneo, per nostra fortuna, mi sembra di ricordare, si era svolto all’aperto dell’ex G.I.L.

Il patrimonio di ricordi di quel sito non può che essere, pertanto, che comune a centinaia e centinaia di persone della mia zona. Capita, del resto, che tanti scrivano di quel luogo e della strada che da un altro nome ancora alla palestra, Via Chiappori. Molti di meno rammentano che nell’angolo di sud-ovest rimase a lungo il campo da tennis in terra battuta del Tennis Club di Ventimiglia, fondato intorno al 1950.

Appena finita la seconda guerra mondiale, l’edificio in questione venne adibito a scopi più pratici inerenti la vita che riprendeva a scorrere un po’ più tranquilla. C’era una mensa popolare, ad esempio: e fu là, dove mia madre ragazza allora lavorava, che i miei genitori si conobbero…

Prima ancora, come ci ricorda tristemente il nome, G.I.L., vale a dire Gioventù Italiana del Littorio, la palestra, come tante in Italia, venne eretta per celebrare biechi vanti del regime fascista. Di tanti racconti che ho sentito fare intorno a quel luogo per i tristi anni 1930, in genere concernenti il premilitare, aberrante istituzione del fascismo, voglio, in conclusione, riportarne almeno uno. Il seguente, che riprendo da un mio blog: “ il giovane pescatore, uno di quelli che aiutava gli ebrei stranieri, dannati dal regime con le leggi razziali, a fuggire in barca dall’Italia verso la Francia nella tormentata stagione 1938-’39 [in proposito: Ombre al confine di Paolo Veziano L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014], in futuro valente floricoltore, che si presentava al premilitare fascista a piedi nudi, sostenendo che in casa non si avevano soldi per comprargli le scarpe: al che il capomanipolo o centurione, il brutto ceffo in camicia nera, insomma, che dirigeva la situazione, lo mandava via, con tacita soddisfazione del nostro personaggio, che di tutta evidenza aveva ottenuto, almeno una volta, il suo scopo“.

 

Memorie di Ventimiglia Alta

Quando da bambino abitai per pochi anni – indimenticabili – nel centro storico di Ventimiglia (IM), comunemente chiamato Ventimiglia Alta, non essendo ancora epoca di motorizzazione di massa, dalla Città Bassa noi si rientrava più abitualmente per Salita Lago. Prima e dopo, altri carrugi dai nomi caratteristici.

Via Giudici, dove si abitava, per l’appunto all’intersezione con la prosecuzione dell’erta già detta.

Piazza delle Erbe.

A sinistra, non del tutto inquadrata, la nostra vecchia casa e Via Giudici che prosegue, in direzione opposta a questa inquadratura, verso la Cattedrale. E’ un luogo importante, ma non l’unico, che accompagna i miei personali ricordi di tante persone. Eppure avevo solo dai due ai sette anni di età ancora da compiere quando stavo da quelle parti. Altre storie di quel sito mi sono state raccontate in seguito.

Sulla Colla, altro belvedere di Ventimiglia Alta, dovrei fare notare monumenti su cui tornerò invece altra volta, mentre mi preme sottolineare pregresse conoscenze maturate sia in quella passeggiata che in alcune delle case sulla sinistra, una fila che prosegue fuori vista, veri gioielli affacciati sulle mura, dotati in genere di piccoli giardini interni di notevole bellezza.

Ecco uno scorcio di quelle dimore dall’altra parte, su Via Garibaldi, la principale, se non l’unica, carrabile della Città Vecchia. Ed anche questa immagine mi fa tornare in mente tanti lontani episodi.
Insomma, tutto questo discorso sin qui fatto, oltrettutto incompleto, rappresenta una sorta di specifici appunti da sviluppare in seguito, tanto più che ogni tanto, a prescindere da quelle più recenti,  nelle conversazioni con amici e conoscenti emergono remote vicende curiose proprie di quando abitavo, bambino, lassù.
Ma prima di chiudere almeno uno sguardo sulla Cattedrale (e sul Battistero!) dovevo buttarlo. Anche perché quelle antiche pietre mi emozionavano già allora.

Uomini di Latte

Ventimiglia (IM): Baia di Latte

Ho avuto l’onore di conoscere uomini della zona di Latte (in verità, nome di una frazione di Ventimiglia, in provincia di Imperia; ma ci sono tante altre località in quel territorio dell’estremo lembo ligure, prospiciente il mare, al confine con la Francia), che hanno fatto la Resistenza e che avevano già aiutato tanti ebrei e tanti altri perseguitati a fuggire verso l’allora ospitale Francia, uomini che hanno continuato, senza reclamare onori (a volte, invece, usurpati da altri) a guadagnarsi il pane con la dura fatica del lavoro manuale, in genere quella della diffusa, sino a poco tempo fa, coltivazione dei fiori.

Un ragazzo che lavorò alla curva del Latte

Lo stato attuale della campagna citata nel trafiletto, situata in Latte, Frazione di Ventimiglia (IM)

Non potevo dubitare che, quando conobbe Nico Orengo, autore anche de “La curva del Latte”, N. gli rammentasse che, certo anni dopo quell’ambientazione storica, nella campagna condotta dal protagonista lui, prima di diventare a costo di grandi studi e di pesanti sacrifici un importante dirigente in due diversi comuni dell’hinterland milanese, ci avesse lavorato da bracciante, ricavandone anche il ritratto affettuoso del figlio reale di quel personaggio, figlio cui Orengo, particolare non secondario a me sfuggito, aveva dedicato un’altra opera.

Quel Bar Irene a Ventimiglia (IM)

Ogni tanto qualcuno mi parla del Bar Irene di Ventimiglia (IM), che era, prima di un trasferimento in sede più capiente più o meno proprio di fronte, ubicato dietro una delle vetrine di questa fotografia.

Questo uno scatto di qualche anno fa. C’é stato, in effetti, nel frattempo qualche cambiamento ancora nella situazione negozi!

Ne scrive talora su Facebook, delineando pregevoli note di costume, l’amico Gianfranco Raimondo.

Il fascino – nella mia memoria – di quel locale, irradiato dal 1968 a metà anni ’70, prima di cambiare anche nome, stava nel fatto, per dirla in estrema sintesi, che fu luogo, pur essendo fisicamente un semplice ritrovo come potevano essere tanti altri, di confronto civile e culturale per molti giovani e molti adulti.

La porta a destra, sotto il porticato, corrisponde alla vecchia sede della Camera del Lavoro di Ventimiglia (IM)

Mi riesce difficile spiegarne le ragioni: di sicuro giovò la presenza di un cinema, poi chiuso come tanti altri, e della Camera del Lavoro, oggi in una sede più grande a poche decine di metri di distanza.

L’ha conosciuto bene N., purtroppo scomparso prematuramente pochi mesi fa, N. che da più di quarant’anni era emigrato nelle vicinanze di Milano. N., che pochi anni or sono infine ritrovavo, come sempre colto ed acuto osservatore, in più temprato anche dalle importanti vicende culturali di una vecchia Milano, quella della Casa della Cultura, per intenderci, aveva di quel Bar Irene più in mente, o a cuore, persone anche dalla vita pittoresca, che credo di avere individuato anche in un pezzo di notevole pregio stilistico di un altro nostro conoscente, pezzo che prima o poi mi devo decidere a pubblicare. Solo che a quel Bar era lui soprattutto, N., quello che faceva interminabili discussioni con Francesco Biamonti… e talora poteva accadere che alle due della mattina il giovane proprietario, che di lì a poche ore avrebbe rialzato la saracinesca, appoggiato tutto assonnato al muro, assistesse in esterno con me e J. alla continuazione di uno di quei duetti.

Vi passarono in quegli anni uomini molto significativi. Francesco Biamonti, non ancora famoso e sempre disponibile a discutere. Di Elio Lanteri, emerso come scrittore originale di questo entroterra solo poco prima della morte, voglio ricordare la carica umana non usuale. Di Guido Seborga non sono del tutto sicuro di una sua qualche presenza al Bar Irene, ma la fugace conoscenza che ne potei personalmente avere l’ho ricavata di sicuro per occasioni maturate tra quelle mura.

Infine, arrivando al punto cui ho già accennato in premessa, una testimonianza già pubblicata del Maestro Scultore Elio Lentini, raccolta con usuale competenza da Bartolomeo Durante, che pur frequentò in quegli anni quel locale, fa vibrare ben altre intense corde di quelle che son capace di toccare io. Ne stralcio qualche passo qui di seguito: “La Ventimiglia che non c’è più: anni ’60 – ’70 l’ “Accademia” estemporanea del bar Irene … Aniante, Comisso, Laurano, Morlotti, Biamonti e tanti altri intellettuali nel ricordo di un protagonista: il Maestro Scultore Elio Lentini … Eran altri tempi, di ideologie e di passioni, tempi anche controversi intrisi comunque di sogni. L’autografo del Maestro Elio Lentini, che fu testimone di quella stagione, permette di riviverla assieme a personaggi divenuti celebri e con altre persone dimenticate anche contro la ragionevolezza. E’ uno spaccato di storia intemelia ma non di una storia ordinaria … in un modo o nell’altro i protagonisti di quella stagione, sempre sospesa sugli equilibrismi di quell’epoca controversa che corre dal ’68 ai primi anni ’70, hanno lasciato in molti un ricordo profondo … e anche degli insegnamenti.” Aggiungo, infine, che qui si trova la continuazione di questa testimonianza, in una pagina molto intensa, ancorché dettagliata.

Ed oggi, che, dopo una lunga assenza dalle scene, il nome di Bar Irene é risorto a qualche centinaio di metri di distanza da quel primo locale, constato che chi mi ricorda i lontani tempi di quell’esercizio pubblico appartiene per lo più alla sfera di una pregressa semplice vita di relazione.

Racconti di guerra, grande ingiustizia del mondo

Il gruppo di case sparse in Slovenia, dove nacque il nonno materno

Racconti di guerra, grande ingiustizia del mondo, sentiti in famiglia.

La Grande Guerra.

Dalla viva voce della nonna materna, che era slovena dei dintorni di Salona d’Isonzo (come si chiamava durante il famigerato ventennio) e, dunque, all’epoca suddita, al pari del futuro marito, dell’Impero Austro-Ungarico, appresi fanciullo di bambini del luogo trattenuti sulle linee del fronte dell’Isonzo al pari di donne ed anziani, feroce anticipo italiano delle persecuzioni e dei campi di concentramento loro riservati poco più di vent’anni dopo. Bambini in allora obbligati a sentire le grida di agonia dei feriti gravi abbandonati tra i reticolati delle trincee. Anziani considerati spie e trattati di conseguenza, salvati solo all’ultimo minuto dall’esecuzione. Stupri o tentativi di stupro. Morti in quel ramo di famiglia, compreso il bisnonno, per il conflitto o per altre conseguenze del medesimo. Ma io da adulto non ho più approfondito, purtroppo.

Su un fronte più lontano l’altro mio nonno, quello paterno, a combattere. Schivo di parole in merito, però, eccezione fatta per meticolosi chiarimenti tecnici resi al sottoscritto di ritorno da Gorizia. Già, ma la pandemia di spagnola della prima famiglia gli lasciò solo lo zio tragicamente destinato a perire più tardi in Russia. Particolari appresi da adulto. Pudori arcaici di famiglia.

Più sfumate le testimonianze dirette della seconda guerra.

La malaria (altre persone a me care ne soffrirono nella loro conseguente breve vita) del nonno materno, reduce dall’Albania, più o meno costretto ad indossare di nuovo la divisa del carabiniere.

Quali orrori avrà visto in tale veste? Un anticipo del suo espatrio clandestino in Jugoslavia per riabbracciare la madre, con particolari – i duri interrogatori dei “titini” che, ormai da tempo italiano, ma date le sue origini slovene, lo ritenevano un spia – conosciuti solo da mio padre per essere svelati tanti, troppi anni dopo?

Ultima guerra, mio padre, lasciata Ventimiglia (IM): i bombardamenti aerei a  Napoli, la prima battaglia navale della Sirte:

la fuga da Pola, 8 settembre 1943, della squadra della corazzata Giulio Cesare, la successiva destinazione ad altri incarichi, spesa a terra tra Taranto e Lecce. A lungo senza contatti con i genitori e, sino all’indomani dell’8 settembre 1943, con il fratello più piccolo, anch’egli in  Marina. Il fratello più grande, che era nel Genio Ferrovieri, già morto (ufficialmente disperso!), come sopra accennato, nella sciagurata campagna di Russia, a dicembre 1942.

Da queste parti, in Riviera, ponente di Liguria, i civili in dura lotta per la sopravvivenza. Anche bambine di Bordighera (IM) a spingere carrette su e giù per il Col di Nava alla ricerca nel Basso Piemonte di farina in cambio di olio, cercando di evitare i feroci controlli tedeschi…

Una cerimonia del 1934

Una manifestazione del 1934  a Buggio, Frazione di Pigna (IM), Liguria di ponente, sotto le Alpi Marittime. In primo piano, a braccia conserte, appare il dottor Diana, figura popolare in zona, cui toccò la triste sorte di riesumare tante, troppe salme di partigiani, trucidati dai nazisti e dai fascisti. Mio padre, al quale la foto  venne regalata dall’amico, figlio del titolare dello studio Mariani di Ventimiglia (IM), che l’aveva effettuata, e che appare, tredicenne, tra le spallette della strada, ricordava, poiché vi fu per breve tempo cameriere, quel medico, ormai pensionato, come tranquillo avventore dello storico Bar Rossi di Ventimiglia (IM). Tornando all’immagine, esaminata abbastanza di recente, non ha consentito ad un anziano, nativo del paese, il riconoscimento del punto esatto in cui venne effettuato lo scatto. Nel retro della fotografia la dedica, in data 21 ottobre 1934,  parla di inaugurazione del Monumento ai Caduti [nella Grande Guerra].